Un po’ di luce sulla Genetica e la sua applicazione alla cinofilia venatoria
Attualmente si pensa ancora alla Genetica come ad una Scienza che si avvicina alla Matematica. Ma la Genetica è una Scienza esatta a modo suo e fino a che non se ne conosceranno tutti i parametri in gioco, non è possibile “giocare” a nostro vantaggio. Le conoscenze parziali di come funzionano i geni hanno purtroppo generato due malintesi: il primo è che molti allevatori siano ancora convinti della rigida determinazione dell’azione genica; il secondo è che i geni abbiano la sola funzione di trasmettere l’informazione ereditaria da una generazione all’altra.
È però necessario definire le due funzioni scientificamente conosciute del gene. Una è la funzione “modello” (trasmissione) e che fornisce alle generazioni successive le copie di tutti i geni presenti nel singolo cane. Il modello può essere quindi alterato solo da mutazioni, rare e spesso casuali. Questa funzione è al di fuori di interferenze individuali o sociali (rapporto uomo-cane e/o cane-cane). L’altra è la funzione trascrizionale e che si riferisce alla capacità di un dato gene di dirigere la produzione di proteine specifiche in una data cellula. Questa funzione esercita un’attività di regolazione sensibile a fattori ambientali.
I geni ed i loro prodotti proteici sono determinanti importanti del modello di interconnessione tra i neuroni nel cervello, sia dal punto di vista strutturale che da quello funzionale. I geni e specialmente le loro combinazioni, esercitano quindi un controllo significativo sul comportamento. Dunque, la genetica contribuisce allo sviluppo dei più differenti comportamenti che rileviamo nei cani adulti (anche appartenenti alla stessa razza ed alla stessa cucciolata). Possiamo inoltre aggiungere che l’alterazione dei geni, da sola, non può spiegare tutta la variabilità comportamentale innanzi ad un qualsiasi quesito cinofilo: “Come mai due fratelli, figli di campioni di lavoro (e con avi campioni e via via così all’infinito), non diventano campioni di lavoro? Come mai uno dei due rimane inetto all’attività venatoria e l’altro diviene solo un modesto cacciatore dopo ore ed ore d’aplicazione da parte del handler?”. La risposta è che un contributo molto significativo alla maturazione venatoria proviene anche da fattori sociali e dello sviluppo. Proprio come le combinazioni di geni contribuiscono al comportamento (compreso quello sociale), così il comportamento e i fattori sociali possono esercitare retroattivamente delle azioni sul cervello del cane fino a modificarne l’espressione genica e di conseguenza la funzione di cellule neuronali. L’errato apprendimento, che provenga da un cane o dall’uomo (e che preferiremo chiamare “errato insegnamento”), incluso quello risultante da una qualsiasi disfunzione comportamentale, produce alterazioni nell’espressione genica. Ma non è finita qui. Alterazioni nell’espressione genica indotte da chicchessia, danno luogo a cambiamenti sogettivi nei modelli di connessione neuronale. Questi cambiamenti non solo contribuiscono alle basi biologiche dell’individualità, ma sono probabilmente responsabili dell’insorgenza e del mantenimento di anomalie del comportamento che allontanano il soggetto dai crismi cinofili e che purtroppo si possono trasmettere alla progenie. Mediante l’addestramento si producono modifiche a lungo termine nel comportamento, provocando cambiamenti nell’espressione genica che, a loro volta, alterano la forza delle connessioni sinaptiche e causano modifiche strutturali che cambiano i modelli anatomici di interconnessione tra le cellule nervose del cervello. Il miglioramento delle tecniche di visualizzazione cerebrale, già applicate in campo umano, dovrebbero eventualmente permettere una valutazione quantitativa (e non qualitativa) del risultato del lavoro svolto sul cane dall’addestratore. Il concetto nuovo emergente dalle ricerche nel campo della biologia molecolare è che il genoma presenta una variabilità di espressione molto più plastica di quello che si poteva immaginare un tempo. È importante sottolineare che nel cane le regioni codificanti per le proteine rappresentano una percentuale piccolissima del genoma totale, costituito, secondo recenti stime, da circa qualche decina di migliaia di geni. Le sequenze di genoma non codificanti, invece, rappresentato quasi la totalità, e la metà di esse è costituito da sequenze ripetute (pseudo-geni, trasposoni, duplicazioni segmentali, sequenze ripetute semplici). Il genoma non codificante, tuttavia non viene più considerato come “quella parte del DNA che a nulla serve”, ma come “una componente che svolge importanti ruoli di controllo e di regolazione dell’espressione genica attraverso meccanismi di tipo epigenetico”. C’è quindi uno spostamento di interesse verso quella che oggi viene definita la Genomica Funzionale.
Quello che si profila è uno scenario ben lontano dall’epoca di chi pensava di ottenere un qualche risultato certo ed appagante incrociando due cani campioni di lavoro o due specialisti in qualche caccia oggi inflazionata. Ed altrettanto dubbio rimane sulle capacità venatorie delle progenie di cani ad esclusivo uso espositivo.